Pasolini per la pittura, i pittori per Pasolini
ivano incittiShare
Pasolini per la pittura, i pittori per Pasolini
Una mostra del 1979 per ricordare il poeta tragicamente scomparso pochi anni prima
Francesco Sirleto – 25 Gennaio 2022

Ho ritrovato questa mattina, sopra un polveroso e dimenticato scaffale della mia biblioteca domestica, un vecchio catalogo del 1979, relativo ad una mostra di pittori operanti a Roma che, con le loro opere, volevano ricordare il poeta tragicamente scomparso pochi anni prima.
La mostra fu organizzata da un mio vecchio e ormai scomparso amico, Aldo Incitti, gestore della Galleria d’arte “Il Babuino”, nell’omonima strada del centro di Roma. Tra i pittori, a quel tempo molto quotati, sono elencati: Diana, Ferranti, Ferrari, Fleres, Fortunato, Mathieu, Micheli, Pernice, Turco.
Le opere esposte, e riportate in foto nel catalogo, sono quasi tutte in bianco e nero e posseggono un accentuato rilievo drammatico, rimandando tutte alla violenta morte del regista di Accattone e di Mamma Roma in uno squallido spiazzo dell’Idroscalo di Ostia nella notte del 2 novembre del 1975.
Sempre nel catalogo sono riportati alcuni scritti di Pasolini sull’arte e in particolare sulla pittura, della quale egli fu innamorato fin dall’infanzia e che considerò sempre un’attività nella quale egli avrebbe potuto avere un futuro.
Molto interessante è una sua presentazione del 1947 per una mostra “Triveneta del ritratto”; in questo scritto, il giovane Pasolini traccia un’ampia rassegna della pittura in Veneto e nel Friuli, facendo riferimento alle opere di pittori come Zigaina, Afro, De Pisis, Velenzin, Toniutti, Mirri e altri.

Nel catalogo troviamo anche una poesia di Pier Paolo dedicata ad una mostra di quadri di Carlo Levi, dal titolo “Melopea per Levi”, una poesia nella quale viene esaltata la “solarità” e la luminosità dei colori di Levi, il quale viene paragonato ad un sole
“che splende sui cimiteri/ e aspetta pazientemente/ che i morti si risveglio,/ cosa che certamente accadrà;/ un sole dell’alba,/ quello che vedono i facchini dei Mercati Generali,/ che è già là/ che aspetta,/ vecchio sole sognante,/ perduto nel ricordo/ di migliaia di albe passate,/ indifferente al fatto che tutti dormono …/”.
Con il pittore friulano Giuseppe Zigaina, Pasolini conserverà per tutta la vita una forte e solida amicizia, manifestata nelle molte presentazioni da lui firmate dei cataloghi delle varie mostre del pittore. Di Zigaina e della sua arte, Pasolini scriverà nel 1970: “Zigaina ha esorcizzato la realtà dandole sempre ragione, cedendo, assentendo, sorridendo; ma poiché sarebbe impossibile far questo con tutta la realtà, egli l’ha prima di tutto ridotta quantitativamente, come teatro fisico del suo agire; ed ecco il Basso Friuli e la laguna …”.

Un catalogo sicuramente interessante, che molte cose ci dice sull’amore di Pasolini per un’arte per la quale aveva sognato, ai tempi dell’università (era stato allievo di Roberto Longhi), anche una carriera di critico e di storico dell’arte.
Un’ultima annotazione: in “La religione del mio tempo” (1961), Pasolini dimostra le sue grandi doti di critico d’arte descrivendo, in versi, gli affreschi di Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco ad Arezzo; questi versi costituiscono la prima parte (“Gli affreschi di Piero ad Arezzo”) del poemetto intitolato “La ricchezza”. Sull’affresco di Piero che descrive una sanguinosa battaglia, i versi pasoliniani così riferiscono:
“Quelle braccia d’indemoniati, quelle scure/ schiene, quel caos di verdi soldati/ e cavalli violetti, e quella pura/ luce che tutto vela/ di toni di pulviscolo: ed è bufera,/ è strage. Distingue l’umiliato sguardo/ briglia da sciarpa, frangia da criniera;/ il braccio azzurrino che sgozzando/ si alza, da quello che marrone ripara/ ripiegato, il cavallo che rincula testardo/ dal cavallo che, supino, spara/ calci nella torma dei dissanguati”.
Pasolini, qui e altrove, traduce le immagini, e i colori, in parole e versi; nel suo cinema, al contrario, s’impossessa delle immagini, allargandone lo spazio a dismisura, senza tuttavia emarginare o annientare il peso, il suono e il multiforme significato delle parole.

Pasolini per la Pittura, i Pittori per Pasolini: Una Mostra Storica al Babuino
Il 1979 fu un anno che vide la scena artistica romana impregnata di omaggi e tributi a uno dei suoi più illustri e tormentati intellettuali: Pier Paolo Pasolini.
La mostra collettiva di pittura organizzata dalla Galleria del Babuino, intitolata “Pasolini per la pittura, i pittori per Pasolini”, non fu solo un evento artistico, ma un atto simbolico di ricordo e riflessione sulla figura di un uomo che aveva trasformato l’arte in uno dei suoi mezzi di espressione più autentici e provocatori.
Quarantacinque anni dopo, è essenziale ripercorrere l’importanza di questa iniziativa, non solo per i suoi contenuti artistici ma anche per le implicazioni culturali e sociali che portò con sé.
Un ringraziamento sentito va alla rivista Abitare a Roma e a Francesco Sirleto per la gentile concessione del materiale originale, che ci ha permesso di ripubblicare la portata di quest’evento straordinario.
L’Organizzazione della Mostra e i Pittori Coinvolti
La mostra fu curata da Aldo Incitti, figura emblematica della galleria Il Babuino, che aveva già dimostrato in passato il suo coraggio e la sua visione nel promuovere eventi artistici d’avanguardia.
L’iniziativa si svolse in un contesto in cui l’arte si trovava a un bivio: da un lato c’era la tradizione, con le sue radici profonde nella storia culturale e artistica di Roma, e dall’altro lato c’era il bisogno di un linguaggio nuovo e di una sensibilità moderna, che Pasolini incarnava perfettamente.
La mostra non era solo una commemorazione; era un tentativo di colmare il divario tra le diverse forme artistiche e di unire pittura, poesia e cinema in un’unica narrazione, quella della passione e del pensiero critico che Pasolini aveva sempre cercato di trasmettere.
I pittori coinvolti, tra cui Diana, Ferranti, Ferrari, Fleres, Fortunato, Mathieu, Micheli, Pernice e Turco, erano artisti affermati che con le loro opere volevano testimoniare l’eredità di Pasolini e la sua influenza sul loro pensiero e sulla loro arte.
La mostra, incentrata su lavori prevalentemente in bianco e nero, si caratterizzava per un forte accento drammatico e per una particolare attenzione al realismo e alla crudezza, qualità che richiamavano la stessa intensità visiva e narrativa delle opere pasoliniane.
Le Opere e il Lato Drammatico della Mostra
Le opere esposte nella mostra al Babuino non solo ricordavano la figura di Pasolini, ma la ripercorrevano visivamente, restituendo una sua rappresentazione simbolica e, in alcuni casi, inquietante.
Il bianco e nero delle tele sembrava un omaggio alla semplicità e alla forza della sua poetica, mentre le immagini, a tratti crude, richiamavano i temi della morte, della solitudine e della violenza che Pasolini aveva affrontato nei suoi scritti e nei suoi film.
La morte del poeta, avvenuta in uno squallido spiazzo dell’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975, era ancora troppo viva nella memoria collettiva, e la sua tragica fine era la chiave di lettura attraverso cui molte delle opere potevano essere interpretate.
L’arte di Pasolini, da lui considerata come un potenziale percorso alternativo al cinema e alla scrittura, si esprimeva in immagini che catturavano la bellezza del reale con un approccio crudo e senza mediazioni. In questo senso, la mostra al Babuino non era soltanto una commemorazione ma una riflessione sulla sua eredità artistica e intellettuale.
Scritti e Poesie di Pasolini nel Catalogo
Il catalogo della mostra, che Francesco Sirleto ha ritrovato e che ha ispirato questa riflessione, contiene una selezione di testi di Pasolini che rivelano il suo amore per l’arte visiva e la sua profonda comprensione della pittura.
Tra questi, spicca un testo del 1947 in cui Pasolini analizzava la pittura del Veneto e del Friuli, parlando di artisti come Zigaina, Afro, De Pisis, Velenzin e Toniutti. In quella sua riflessione, Pasolini non solo esplorava le tecniche e le tematiche artistiche, ma entrava anche in un discorso critico sul ruolo dell’arte e sull’impegno sociale dell’artista.
Un altro momento interessante del catalogo è la poesia “Melopea per Levi”, dedicata a Carlo Levi, un artista che aveva colpito Pasolini per la sua capacità di usare il colore per trasmettere emozioni e significati profondi. Pasolini scriveva di Levi come di un sole “che splende sui cimiteri e aspetta pazientemente che i morti si risveglino”, un verso che racchiude la tensione tra la luce e l’oscurità, tra la vita e la morte, tematiche che attraversano tutto il pensiero pasoliniano.
L’amicizia con Giuseppe Zigaina e il Legame con la Pittura
Pasolini aveva un rapporto particolare con Giuseppe Zigaina, pittore friulano che fu una figura importante nella sua vita e nella sua produzione artistica. Zigaina non solo era amico intimo di Pasolini, ma era anche uno dei pittori la cui arte influenzò e ispirò il poeta. Pasolini scrisse delle presentazioni per i cataloghi delle mostre di Zigaina e lo descrisse come un artista che “ha esorcizzato la realtà dandole sempre ragione”, riuscendo a catturare e ad accettare la complessità del mondo senza mai respingerla.
Nel 1970, Pasolini scrisse di Zigaina: “Egli l’ha prima di tutto ridotta quantitativamente, come teatro fisico del suo agire; ed ecco il Basso Friuli e la laguna”.
Questa descrizione evidenzia il modo in cui Zigaina trasformava la sua realtà in un mondo che non cercava di cambiare o di giudicare, ma di accogliere e di rappresentare con sincerità. Questa visione trovava una risonanza profonda nell’approccio artistico di Pasolini, che vedeva nell’arte un mezzo per raccontare la verità più intima e scomoda.
L’Arte e la Critica di Pasolini dalla Scrittura alla Visione Cinematografica
Un aspetto fondamentale della produzione artistica e letteraria di Pasolini è il modo in cui riusciva a tradurre le immagini e i colori in parole e versi, e viceversa. In “La religione del mio tempo” (1961), Pasolini dimostra le sue doti di critico d’arte descrivendo gli affreschi di Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco ad Arezzo.
I versi, che sono parte del poemetto intitolato “La ricchezza”, offrono un esempio di come Pasolini fosse capace di creare una poesia visiva, in grado di restituire la potenza e l’energia delle immagini pittoriche:
“Quelle braccia d’indemoniati, quelle scure/ schiene, quel caos di verdi soldati/ e cavalli violetti, e quella pura/ luce che tutto vela/ di toni di pulviscolo: ed è bufera,/ è strage.”
In queste righe, Pasolini non solo descrive un dipinto, ma lo rivive e lo reinterpreta attraverso la sua lente personale, trasformando l’affresco in un’esperienza sensoriale e intellettuale. In questo modo, il poeta e regista riusciva a dare voce e significato a ciò che era visivamente affascinante, ma anche terribilmente complesso.
Un’Eredità che Continua
La mostra al Babuino del 1979 è stata un’occasione per riflettere su come l’arte possa fungere da strumento per la memoria e la trasmissione di valori e pensieri. Pasolini non era solo un poeta, un regista e un saggista, ma anche un uomo che amava la pittura e che la considerava una forma di arte per raccontare la realtà, non solo come era, ma come lui la sentiva.
Questa mostra ha reso omaggio a questo aspetto della sua personalità e ha ricordato a tutti noi quanto la sua figura sia stata poliedrica e multidisciplinare.
Il legame tra Pasolini e l’arte pittorica rimane oggi un simbolo di come le diverse forme artistiche possano integrarsi e arricchirsi a vicenda.
Le riflessioni e le opere di quei pittori che hanno partecipato alla mostra sono un’eredità viva che continua a parlarci di Pasolini e del suo amore per l’arte, un amore che è stato tanto profondo quanto tragico.
Pasolini per la pittura, i pittori per Pasolini: una relazione che si estende oltre il tempo e che merita di essere ricordata e celebrata, affinché la sua memoria continui a ispirare le generazioni future.