Nel 1971 Aldo Incitti apre la Galleria D’arte “Il Babuino” - Galleria d'arte Il Babuino

Nel 1971 Aldo Incitti apre la Galleria D’arte “Il Babuino”

ivano incitti

Nei locali sotterranei al civico 89, con ingresso da una porta laterale sulla destra, all’interno dell’entrata dello storico palazzo, si accedeva alla galleria d’arte “Il Babuino” scendendo una rampa di scale.

In realtà, una galleria d’arte esisteva già prima, gestita da un nobile in difficoltà. Aldo Incitti poco più che ventenne, ne assunse la gestione, fondando così la storica galleria d’arte “Il Babuino”.

Nominò direttore artistico Ugo Moretti, scrittore e poeta, vincitore del premio “Fontane di Roma” col suo primo romanzo “Vento Caldo” che strappò a Moravia il prestigioso riconoscimento.

Il Babuino: Arte e Storia di una Galleria Ribelle

C’è un sotterraneo in via del Babuino, un luogo discreto, con un ingresso che si potrebbe quasi non notare, celato tra le pieghe di un palazzo antico, scendendo una rampa di scale, ci si trova in uno spazio che, dal 1971, ha respirato l’arte in tutte le sue forme: la Galleria d’Arte Il Babuino.

Ma chiamarla solo “galleria” sarebbe riduttivo. Sotto la guida di Aldo Incitti e del direttore artistico Ugo Moretti, questo spazio ha sfidato le convenzioni, ha raccolto sfide culturali e politiche, e ha dato vita a un movimento continuo di idee, visioni e provocazioni.

Le Origini: Giovani Visionari in un Palazzo Storico

Quando Aldo Incitti, poco più che ventenne, prese in mano la gestione di quella che era una piccola galleria d’arte in declino, la trasformò in qualcosa di molto più grande.

Nacque ufficialmente la Galleria d’Arte Il Babuino, un progetto visionario che univa la passione di Incitti alla sensibilità intellettuale di Ugo Moretti, scrittore e poeta, già vincitore del prestigioso premio “Fontane di Roma” per il suo romanzo Vento Caldo.

La loro era un’alleanza di intenti, un desiderio comune di fare dell’arte un’esperienza viva, aperta, mai confinata ai soliti circuiti elitari.

Il Babuino non era solo un luogo di esposizione, ma un laboratorio di idee, una piattaforma per dare voce a chi sfidava le regole.

Tre Decenni di Sfide e Provocazioni

La Galleria Il Babuino non è mai stata un luogo “comodo”. Per tre decenni ha scandagliato ogni angolo dell’arte, sfidando non solo il pubblico, ma anche il sistema culturale e politico dell’epoca. Non si limitava a esporre quadri o sculture: organizzava eventi che erano veri manifesti di libertà e provocazione.

La galleria aveva una missione chiara: valorizzare l’arte autentica, quella che sfugge alle logiche del mercato e alle mode passeggere. Per questo motivo, si dedicava con particolare attenzione a coinvolgere artisti emergenti e sconosciuti, non per la loro notorietà, ma per la qualità del loro lavoro e per il coraggio delle loro idee. Era un luogo dove il talento poteva trovare spazio indipendentemente dal nome dell’autore, un laboratorio creativo in cui l’arte veniva giudicata esclusivamente per la sua forza espressiva.

Grazie a questa visione coraggiosa, Il Babuino è stato il trampolino di lancio per decine di artisti che, proprio attraverso le sue mostre, hanno trovato la prima occasione di confronto con il pubblico e il mondo dell’arte. Molti di questi nomi, inizialmente ignoti, sono poi diventati figure di spicco, portando con sé l’eredità di una galleria che aveva saputo riconoscerne il potenziale prima che lo facessero altri.

Le moltissime mostre organizzate da Il Babuino, personali e collettive, erano non solo esposizioni, ma veri e propri atti di fiducia verso i talenti emergenti. Ogni evento era concepito come un’opportunità per dare voce a chi voleva raccontare qualcosa di nuovo, a chi sfidava le convenzioni, a chi cercava di emergere in un panorama artistico spesso chiuso e selettivo.

Questo impegno quotidiano, combinato con una visione artistica aperta e anticonformista, ha fatto della Galleria Il Babuino un luogo unico: una piattaforma di libertà dove arte, provocazione e scoperta si intrecciavano per creare qualcosa di irripetibile.

Rassegna Internazionale d’Arte Erotica

Negli anni ’70, quando il dibattito sull’erotismo nell’arte era ancora intriso di tabù, Aldo Incittti alla Galleria “Il Babuino” organizzò una rassegna internazionale dedicata all’arte erotica.

Non si trattava solo di una provocazione estetica, ma di un atto politico, una sfida aperta a una società che ancora imponeva limiti rigidi alla libertà di espressione. La mostra era un inno alla bellezza del corpo e del desiderio, un’affermazione della centralità dell’arte come linguaggio universale capace di esplorare le profondità dell’essere umano.

Non tardarono a piovere critiche. Per molti, quella rassegna era uno scandalo: la galleria venne accusata di cercare pubblicità facile, di voler scioccare senza un reale contenuto. Ma Aldo Incitti e Ugo Moretti risposero con fermezza, lasciando parlare le opere. Quelle esposte non erano mai banali: audaci, sì, ma anche raffinate, firmate da artisti che trasformavano l’erotismo in una chiave di lettura poetica e universale, lontana da ogni volgarità.

La rassegna, con la sua forza provocatoria e il suo messaggio di libertà, non lasciò indifferenti nemmeno i passanti e gli anonimi spettatori che non poterono accedere alla mostra, complice anche il clamore generato dal sequestro.

Molti, colpiti profondamente dalle opere esposte o dal messaggio della galleria, iniziarono a lasciare opere d’arte sulla porta della Galleria Il Babuino, spesso nel silenzio della notte. Erano piccoli dipinti, disegni, sculture, accompagnati talvolta da lettere appassionate, quasi sempre anonime, che esprimevano gratitudine, solidarietà o semplicemente il desiderio di contribuire a quell’atto di ribellione culturale.

Questi gesti, sebbene discreti, divennero parte integrante della storia della rassegna. Incitti e Moretti li accolsero con emozione, vedendo in essi la conferma che l’arte, anche nella sua dimensione più controversa, era capace di parlare alle coscienze, di toccare corde profonde e di ispirare nuove forme di espressione.

Ogni opera lasciata nottetempo sulla soglia della galleria Babuino era una testimonianza silenziosa, un segno che quel messaggio di libertà e bellezza aveva raggiunto il suo scopo: non solo scuotere il sistema, ma accendere nuove scintille creative, anche nei luoghi più impensati..

La provocazione non rimase solo un fatto culturale, ma divenne presto un caso nazionale.

Le autorità, incapaci di tollerare un evento così apertamente trasgressivo, decisero di sequestrare la mostra, suscitando clamore e indignazione. La stampa italiana e internazionale si accanì sulla vicenda: i principali quotidiani titolarono che la censura era tornata in Italia, segnalando il rischio di un’involuzione liberticida nel cuore del dibattito artistico e sociale.

Eppure, il pubblico non si fece intimidire. Nei giorni successivi al sequestro, oltre 10.000 persone si riversarono in via del Babuino, intasando la strada nel tentativo di vedere almeno una parte di quella mostra proibita. Era una folla eterogenea, fatta di appassionati d’arte, curiosi e difensori della libertà di espressione, tutti accomunati dalla volontà di opporsi a un atto di censura che consideravano anacronistico e ingiusto.

Quell’episodio segnò profondamente la storia della galleria e del Paese. La Rassegna Internazionale d’Arte Erotica non fu solo un evento artistico, ma un simbolo di resistenza culturale, un monito sul potere dell’arte di scuotere le coscienze e di sfidare i limiti imposti dalla società.

Per Il Babuino, fu l’ennesima dimostrazione che l’arte non è mai neutrale: è sempre uno strumento di libertà, capace di superare i confini dell’estetica per entrare nel cuore delle questioni umane e sociali

L’Arte al Servizio dei Diritti

Il Babuino non è stato solo un tempio dell’arte, ma anche un crocevia per le lotte sociali e civili. Negli anni in cui l’Italia viveva un periodo di profonde tensioni politiche e sociali, la galleria non rimase mai passiva, ma anzi si fece portavoce di battaglie fondamentali. Un esempio emblematico fu la sua posizione di supporto al diritto delle donne a scegliere, in occasione del dibattito pubblico sul referendum per la legalizzazione dell’aborto.

Il referendum, che si tenne il 17 maggio 1974, aveva come oggetto la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. La legge, approvata nel 1970, ma soggetta a una consultazione popolare, si trovava di fronte a una forte opposizione da parte dei gruppi più conservatori della società italiana. La Chiesa cattolica, in particolare, aveva lanciato una campagna ferocissima per abrogare la legge, sostenendo che l’aborto fosse un crimine contro la vita. Dall’altra parte, le forze progressiste, i movimenti femministi e le associazioni per i diritti civili lottavano per mantenere la legge e affermare il diritto delle donne di decidere liberamente sul proprio corpo.

In questo contesto di grande fermento, Il Babuino decise di scendere in campo con una mostra che esprimeva senza mezzi termini la sua posizione. Non si trattava solo di un’iniziativa artistica, ma di un atto politico, unendo il linguaggio dell’arte alla battaglia per i diritti delle donne. La galleria divenne un luogo di riflessione e di dibattito, un’area sicura dove parlare senza tabù della libertà di scelta, delle difficoltà delle donne e dei cambiamenti necessari in una società che ancora faticava ad accettare pienamente la parità di diritti.

La mostra, caratterizzata da opere forti e dirette, divenne un punto di riferimento per tutti coloro che si opponevano all’idea di un ritorno a leggi restrittive sulla salute e i diritti delle donne. L’arte non fu solo un mezzo di espressione estetica, ma un veicolo potente di cambiamento sociale. La galleria, così, divenne non solo un luogo di cultura, ma anche un faro di libertà e giustizia, unendo le voci degli artisti a quelle delle donne e degli uomini impegnati in questa lotta.

Il successo della mostra e la grande partecipazione del pubblico evidenziarono la centralità del Babuino come spazio di attivismo, capace di affrontare le sfide del suo tempo con una voce chiara e decisa. Quando, qualche mese dopo, il risultato del referendum sancì la vittoria del “Sì” e confermò la legge sull’aborto, fu chiaro che la galleria aveva giocato un ruolo fondamentale nel sensibilizzare e mobilitare una parte importante della società, contribuendo al successo della battaglia per il diritto alla libertà di scelta.

I missili di Comiso

Allo stesso modo, negli anni ’80, quando l’Italia era profondamente divisa sulla questione della presenza dei missili Cruise a Comiso, Il Babuino prese una posizione netta e coraggiosa. La guerra fredda, ormai alle sue fasi finali, aveva acutizzato le tensioni internazionali, e l’Italia, come paese membro della NATO, si trovava al centro di un acceso dibattito riguardo alla possibile installazione di missili nucleari a raggio medio sul suo territorio.

Nel 1981, gli Stati Uniti avevano deciso di posizionare i missili Cruise a Comiso, un’area strategicamente rilevante in Sicilia. La base, che sarebbe dovuta diventare un punto di lancio per i missili a testata nucleare, suscitò una forte opposizione in Italia. Il rischio di un’escalation nucleare in Europa e la possibilità che l’Italia diventasse un obiettivo primario in caso di conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica portarono milioni di italiani a scendere in piazza per chiedere il ritiro dei missili. Era l’inizio di un grande movimento pacifista, che portò migliaia di persone a manifestare per la pace, culminando in una serie di grandi proteste, tra cui una storica manifestazione a Comiso nel 1983, che vide la partecipazione di oltre 100.000 persone.

In questo clima di forte mobilitazione, Il Babuino non rimase in silenzio. La galleria scelse di utilizzare l’arte come strumento di denuncia e impegno, lanciando una serie di esposizioni contro l’installazione dei missili a Comiso. Le mostre non erano semplici rassegne di arte pacifista, ma vere e proprie dichiarazioni di principio. Attraverso le opere esposte, la galleria lanciava un messaggio inequivocabile: l’arte non può essere neutrale di fronte alla minaccia della guerra, non può rimanere indifferente quando la pace è minacciata. Ogni opera, ogni installazione, ogni fotografia, ogni scultura era un grido contro l’introduzione di armi nucleari sul territorio italiano, un richiamo all’umanità e alla necessità di fermare la follia della guerra.

La partecipazione della galleria a questa causa pacifista non fu solo un atto simbolico, ma anche un impegno concreto.

Aldo Incitti e Ugo Moretti, attraverso il loro lavoro, contribuirono a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pericolosità dell’escalation nucleare. Le opere esposte non solo affrontavano il tema della guerra, ma mettevano in discussione la responsabilità individuale e collettiva di fronte alle decisioni politiche che avrebbero potuto compromettere il futuro dell’umanità. La galleria diventò così un centro di riflessione e resistenza, un luogo in cui l’arte dialogava con le sfide politiche del momento, facendo emergere la consapevolezza che la cultura non può mai rimanere estranea alla realtà sociale e politica.

La posizione di Il Babuino si inseriva all’interno di un panorama culturale italiano che stava vivendo un periodo di forte fermento politico. La contestazione contro i missili a Comiso fu parte di una più ampia mobilitazione contro la guerra e le sue atrocità, un movimento che abbracciava anche altre istanze pacifiste e antimilitariste in tutta Europa. Le mostre del Babuino, come quelle organizzate in sostegno del movimento contro i missili, diventarono così un simbolo di una resistenza culturale che cercava di portare avanti una riflessione critica sull’uso della forza e sulla necessità di un cambiamento radicale nelle politiche internazionali.

L’arte, dunque, divenne ancora una volta una potente forma di denuncia, capace di parlare alle coscienze e di mobilitare le persone contro una minaccia concreta e imminente.

Il Babuino, come sempre, si schierò dalla parte della pace, della libertà e della responsabilità, e in quel periodo contribuì a dare voce a chi chiedeva di fermare la corsa verso una nuova guerra nucleare.

Omaggio a Pasolini

Forse il capitolo più toccante della storia del Babuino è legato alla figura di Pier Paolo Pasolini. La galleria non si limitò a ricordare il poeta e regista dopo la sua tragica scomparsa: lo celebrò con decine di mostre e pubblicazioni, trasformando il suo nome in un simbolo di resistenza culturale.

Pasolini, con la sua voce fuori dal coro e la sua critica feroce alla società borghese, incarnava perfettamente lo spirito del Babuino. Le mostre non erano semplici commemorazioni, ma occasioni per rileggere la sua opera alla luce dei nuovi conflitti sociali e culturali.

Centinaia di Mostre e Collettive

Dietro i grandi eventi c’era un lavoro quotidiano incessante. Nei suoi tre decenni di attività, la galleria ha organizzato centinaia di mostre personali e collettive, dando spazio sia a nomi affermati che a giovani emergenti. Era un luogo dove gli artisti potevano incontrarsi, confrontarsi, crescere.

Ogni esposizione era pensata con cura, non solo come un’occasione per mostrare opere, ma come un momento di dialogo. Il pubblico del Babuino non era mai passivo: veniva coinvolto, provocato, stimolato a riflettere.

Un’Eredità che Vive nel Presente

Oggi, a distanza di anni, Il Babuino rimane un simbolo di ciò che una galleria d’arte può essere: non solo uno spazio fisico, ma un’idea. Un luogo dove l’arte non è mai solo decorazione, ma un atto di ribellione, di speranza, di ricerca.

La banana di Maurizio Cattelan, con la sua carica provocatoria e ironica, sembra quasi un omaggio ideale allo spirito del Babuino. Come quella banana, anche il Babuino sfidava il pubblico a interrogarsi, a vedere oltre l’apparenza. Non tutti capivano, non tutti apprezzavano, ma tutti, inevitabilmente, erano costretti a reagire.

L’Arte che Non Si Arrende

Aldo Incitti e Ugo Moretti avevano un’idea chiara: l’arte doveva essere viva, urgente, necessaria. La loro galleria non era solo un rifugio per artisti, ma un laboratorio di libertà, un luogo dove le idee potevano nascere e crescere senza paura. Ogni mostra, ogni evento, ogni esposizione era un atto di provocazione e di impegno, un invito a riflettere sul mondo e sulle sue contraddizioni, un grido di speranza e di cambiamento. La galleria Il Babuino non si limitava a esporre opere, ma cercava di stimolare pensieri, di mettere in discussione certezze e di spingere il pubblico a guardare oltre il visibile, verso un’arte che fosse specchio della realtà e, al tempo stesso, strumento di trasformazione.

Oggi, guardando indietro, possiamo dire che Il Babuino non è stato solo una galleria: è stato un movimento, una resistenza, una dichiarazione d’amore per l’arte e per la sua capacità di cambiare il mondo. La galleria ha saputo, in maniera coraggiosa e innovativa, intrecciare il linguaggio artistico con le battaglie sociali, politiche e culturali dei suoi tempi, diventando un punto di riferimento per gli artisti, ma anche per tutti coloro che credevano nella potenza dell’arte come mezzo di comunicazione e di denuncia. È stato, senza dubbio, un luogo dove l’arte ha avuto il coraggio di essere spiazzante, di porsi come un interrogativo costante, mai scontato, sempre provocatorio.

E, in un certo senso, Il Babuino continua a esserlo. La sua storia non è solo un capitolo chiuso nel passato, ma un’eredità che continua a vivere e a ispirare. Proprio a distanza di tempo, e sotto il segno dell’ispirazione di Aldo Incitti e del suo pensiero, nasce l’Associazione Culturale Il Babuino. Questa nuova iniziativa nasce con l’intento di riprendere il testimone lasciato dalla galleria, adattandolo ai tempi moderni. L’associazione si propone di continuare l’attività culturale e artistica che Il Babuino ha incarnato, portando avanti quella stessa visione che vede nell’arte un motore di cambiamento, di riflessione e di libertà.

L’Associazione Culturale Il Babuino vuole rispondere alle sfide e alle esigenze del panorama artistico contemporaneo, ma sempre con l’approccio e la filosofia che l’hanno contraddistinta: un’apertura verso l’arte emergente, un impegno verso la promozione di nuove voci e linguaggi, e una continua tensione verso l’innovazione e la provocazione. L’associazione intende anche rimanere un punto di riferimento per le nuove generazioni di artisti, offrendo loro un luogo dove la creatività non conosce limiti, dove la libertà di espressione è sempre al primo posto e dove la cultura e l’arte continuano a essere, come lo erano nei primi decenni di attività, strumenti di crescita e di cambiamento sociale.

Il Babuino, quindi, non solo ha lasciato una traccia indelebile nel passato, ma ha gettato anche le basi per il futuro. La sua eredità vive oggi nella nuova associazione, pronta a rinnovare quella sfida che Aldo Incitti e Ugo Moretti avevano intrapreso tanti anni fa: rendere l’arte un elemento sempre vivo, urgente e capace di riflettere la realtà che ci circonda.

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