La lenta morte delle gallerie d’arte in Italia - Galleria d'arte Il Babuino

La lenta morte delle gallerie d’arte in Italia

ivano incitti

La morte delle gallerie d’arte

C’è un silenzio che avvolge le strade, un vuoto che si allarga nelle città italiane, un’assenza che pesa come una colpa: le gallerie d’arte stanno chiudendo.

Non è un evento isolato, non è una sfortunata coincidenza.

È un fenomeno che si ripete con una precisione che inquieta, un segnale inequivocabile di un declino che non vogliamo vedere.

L’arte, quella vera, quella che vive negli spazi dove si creano e si scambiano idee, sta svanendo.

La lenta morte delle gallerie d’arte

C’è un silenzio che avvolge le strade, un vuoto che si allarga nelle città italiane, un’assenza che pesa come una colpa: le gallerie d’arte stanno chiudendo.

Non è un evento isolato, non è una sfortunata coincidenza.

È un fenomeno che si ripete con una precisione che inquieta, un segnale inequivocabile di un declino che non vogliamo vedere.

L’arte, quella vera, quella che vive negli spazi dove si creano e si scambiano idee, sta svanendo.

A Roma, pochi mesi fa, ha chiuso i battenti la galleria Divario, un luogo che in soli cinque anni aveva costruito una proposta raffinata, una nicchia per giovani talenti.

La causa? Non certo la mancanza di qualità, ma qualcosa di più profondo: un sistema che non funziona più. Come ha spiegato il fondatore Filippo Tranquilli, il modello tradizionale delle gallerie – quello spazio che cerca di essere insieme commerciale e culturale – è diventato insostenibile.

Ma perché questo accade? Perché una nazione che si fregia di essere culla dell’arte non riesce più a sostenere le sue gallerie? La risposta sta in una combinazione micidiale di fattori: economici, sociali, culturali.

L’arte nell’epoca delle crisi internazionale

Viviamo in un tempo segnato dalle crisi. Non crisi qualunque, ma una serie di crisi globali che hanno radici profonde e ramificazioni ovunque.

L’economia vacilla sotto il peso di una crescita che non arriva, di disuguaglianze che esplodono, di una precarietà che corrode ogni sicurezza.

In questo contesto, l’arte – o meglio, l’investimento nell’arte – sembra un lusso.

Le gallerie, soprattutto quelle che lavorano con giovani artisti, si trovano intrappolate in una morsa: da un lato, i costi di gestione crescono; dall’altro, il pubblico diminuisce.

Gli acquirenti, quei pochi rimasti, si rifugiano nel mercato sicuro dei grandi nomi, mentre chi dovrebbe osare e investire nel nuovo preferisce restare alla finestra.

Non è solo una questione di soldi, però. C’è un cambiamento più sottile, più insidioso, che riguarda il nostro rapporto con la cultura.

La cultura smarrita dei giovani

Guardiamoci intorno: una generazione cresce senza il peso – o il privilegio – di una formazione culturale solida. I giovani di oggi, quelli che dovrebbero essere i fruitori e i sostenitori dell’arte, si muovono in un mondo dominato dal digitale, dove tutto è rapido, immediato, effimero.

L’arte tradizionale, quella che richiede tempo e attenzione, sembra appartenere a un’altra epoca.

Chi va oggi in una galleria d’arte? Non i ragazzi, non i ventenni che potrebbero trovare ispirazione in quelle stanze. Troppi di loro vedono l’arte come qualcosa di distante, di inaccessibile. E non è solo colpa loro: è il sistema che ha fallito, che non è riuscito a rinnovarsi, a parlare una lingua nuova.

La verità è che le gallerie stesse, spesso, si sono isolate. Come ha raccontato Tranquilli, il pubblico è sempre più raro, le sale sempre più vuote.

A Roma, le gallerie collaborano poco, si parlano meno, si isolano in una competizione che non porta a nulla. Il risultato è un circuito frammentato, incapace di attrarre nuove energie.

Un sistema che non funziona più

La chiusura della galleria Divario è solo uno dei tanti segnali di un sistema in declino. Tranquilli, con lucidità, ha descritto un modello che non regge: “Se sei una galleria che fa il lavoro della galleria – cercare talenti, promuovere arte – il mercato non ti premia”.

Il problema è strutturale. Le gallerie, così come le conosciamo, sono nate in un tempo in cui c’era spazio per la riflessione, per l’approfondimento, per il dialogo. Oggi, tutto questo sembra non avere più posto. Viviamo nell’epoca dell’evento, dell’esperienza veloce, del consumo immediato.

Le gallerie non possono competere con i ritmi del digitale, con l’attrazione delle fiere internazionali, con la spettacolarizzazione che domina il mercato.

E così, chiudono. Una dopo l’altra, silenziosamente.

Portare l’arte alle persone: un nuovo paradigma

Ma non tutto è perduto. Se il modello tradizionale è in crisi, c’è chi cerca nuove strade, nuovi modi di portare l’arte al pubblico. È qui che entra in gioco un progetto come “100 artisti in 100 città”, organizzato dalla Galleria d’Arte Il Babuino.

Questo progetto ribalta il paradigma tradizionale: non si aspetta che le persone vengano all’arte, ma porta l’arte direttamente a loro. Ristoranti, enoteche, Hotel, diventano spazi espositivi, luoghi dove l’arte può incontrare un certo tipo di pubblico senza filtri, senza barriere.

“100 artisti in 100 città” è più di un evento: è un esperimento sociale. Attraverso una rete diffusa, il progetto non solo espone opere, ma crea dialoghi, connessioni, momenti di riflessione.

Ogni città coinvolta diventa parte di un mosaico, una tessera di una narrazione più ampia che mette al centro il valore universale dell’arte.

Il progetto ha già raccolto moltissimi consensi tra gli Artisti, e questo dimostra che c’è ancora fame di cultura, ma bisogna saperla intercettare, saperla stimolare, saperla diffondere.

L’arte del futuro

La crisi delle gallerie d’arte non è un destino inevitabile. È un segnale, un campanello d’allarme che ci invita a cambiare rotta.

Progetti come “100 artisti in 100 città” mostrano che un altro modo è possibile. Un’arte più aperta, più inclusiva, più vicina alle persone.

Ma non basta. Serve una riflessione collettiva, un impegno che coinvolga artisti, galleristi, istituzioni e pubblico. Serve un sistema che torni a credere nella cultura come valore, non come prodotto.

L’Italia, con la sua storia, il suo patrimonio, ha il dovere di essere all’altezza della sua fama. Le gallerie che chiudono sono una ferita, ma anche un’opportunità per ripensare il nostro rapporto con l’arte.

Se sapremo cogliere questa sfida, se sapremo rinnovarci, l’arte potrà tornare a essere quello che è sempre stata: una finestra aperta sul mondo, uno specchio della nostra umanità.

Un’eredità che guarda al futuro: l’impegno dell’Associazione Il Babuino

Nel panorama desolante di chiusure e silenzi che segna il declino delle gallerie d’arte, c’è chi non si arrende al vento dell’oblio: l’Associazione Il Babuino, nata per proseguire e onorare l’eredità culturale e artistica della storica Galleria d’Arte Il Babuino di Roma, rappresenta un baluardo di resistenza, un ponte tra passato e futuro.

Fondata nel 1971 da Aldo Incitti, figura iconica del panorama artistico italiano, la Galleria divenne negli anni ’70 e ’80 un punto di riferimento per l’arte, un crocevia di idee, talenti e sperimentazioni.

Ma l’Associazione non si limita a celebrare quel passato glorioso: il suo impegno è quello di attualizzarne i valori e la missione, affrontando con coraggio le sfide di un contesto profondamente mutato.

Con iniziative che fondono memoria e innovazione, l’Associazione Il Babuino tiene viva la visione di Aldo Incitti, adattandola alle esigenze del presente. Progetti come “100 artisti in 100 città” ne sono un esempio emblematico, portando l’arte oltre i confini tradizionali e restituendole quella funzione sociale e comunitaria che l’ha sempre contraddistinta.

Nel perpetuare l’eredità di una galleria che non era solo un luogo fisico, ma un laboratorio di idee, l’Associazione diventa custode e interprete di un patrimonio che non deve andare perduto.

E così, mentre molte porte si chiudono, l’Associazione Il Babuino tiene accesa una luce, indicando la strada per un futuro dove l’arte torni a occupare il posto che le spetta: al centro della vita culturale e sociale del nostro Paese.

Perché la memoria non è un peso, ma una responsabilità. E il nome di Aldo Incitti, con il suo amore per l’arte e la sua visione profetica, non smetterà di ispirare chi crede ancora che l’arte possa cambiare il mondo.

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